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88 butterfly

“I numeri non si possono amare” recitava Manlio Sgalambro nei Campi magnetici di Franco Battiato. Sarà  per questo che i numeri vengono ogni giorno sbattuti sulle prime pagine senza un filo di amore: statistiche alla mano, indici di gradimento, dati inoppugnabili (e sempre contrastanti), Prodotti Interni Lordi, previsioni di crescita.

Oppure, ipotesi più probabile, i numeri, nella loro fredda indifferenza, si dimostrano gli strumenti più adatti per la nostra quotidiana tortura, nell’eterno tira-e-molla delle opinioni, dove i risultati dei sondaggi servono a inventare consensi dimostrando che esistono già.

Strani numeri, quelli della statistica, scienza del probabile bevuta come oracolo, strano questo assolutizzare il relativo, strani tutti i numeri che si usano a scopi persuasivi postulando falsamente che i numeri parlano da soli. Come si fa a montare il panico per una pandemia, una, a caso, magari la suina o influenza “A”(H1N1)? Basta mostrare nel titolo il numero complessivo dei morti: sull’intero globo, il tristo mietitore trova sempre erba da falciare. Che questo numero raggiunga appena la metà dei morti dei una comune influenza stagionale, lo si lasci pure al fondo, o alle pagine interne.

Ma anche svelare il trucco è manipolazione di numeri, persuasione dell’opposta tesi e quindi sostanza dello stesso inganno che solo in apparenza è questione di cifre. Trucchi da venditori, mica scienziati.

I numeri non dicono proprio nulla, la loro oggettiva geometria è muta. Per ascoltare la loro voce silenziosa occorre imparzialità e disinteresse, due doti ricorrenti come l’assenza di forfora. Perché quando i numeri vengono utilizzati come argomento per sostenere una tesi, sono pupazzi mossi da ventriloqui, siamo di nuovo nel verosimile, nella parzialità, non sono loro a parlare, ma noi.

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