Una volta si emigrava in una terra più prospera, più ricca di speranze, più spaziosa. Oggi, grazie soprattutto ai social network, si naviga senza mai toccare l’acqua né vedere terra e si emigra senza cambiare domicilio. Non si cambia aria mai. Questa è la realtà immaginaria in cui i cantori della rivoluzione digitale vogliono farci credere di vivere. Una realtà ritagliata su misura per la piccolissima fetta di popolazione mondiale a cui apparteniamo, non certo la realtà dei disgraziati che rimbalzano da una costa all’altra, per i quali parlare di digital divide è una grandissima presa per i fondelli.
Per questo ho trovato di inconsapevole cattivo gusto la puntata di Melog 2.0 che Gianluca Nicoletti ha dedicato agli emigranti digitali, con ospite il prof Gianpiero Lotito, autore dell’omonimo libro. Il succo del discorso attorno era questo: sono emigranti coloro che, per questioni anagrafiche, hanno vissuto il passaggio al mondo “virtuale”; nativo è invece chi dalla nascita vive in questo mondo; deportato, infine, è chi si è adattato suo malgrado alla nuova situazione e si ostina a utilizzare metodi e approcci della comunicazione non-digitale, con risultati disastrosi.
Di cattivo gusto – e inconsapevole e incosciente – ma sintomatico di come certi teorici dei mass media si parlino addosso perdendo del tutto il contatto con la… realtà? E’ un abbaglio colossale infatti scambiare il mezzo di trasporto con la destinazione: chi vivrebbe piombato nell’abitacolo della propria auto, pur dotato di tutti i comfort?
Allo stesso modo, pretendere di aver creato una nuova realtà parallela solo per averci dato qualche strumento in più per comunicare è sintomo di alienazione, un equivoco madornale dei mezzi con i fini. Già Marshall McLuhan si era accorto che il suo slogan “the medium is the message” era stato preso troppo alla lettera. Per questo, in tarda età, si era corretto: massaggio, il mezzo è il massaggio!
Già quella che viviamo scollegati dalle nostre protesi digitali è una vita più immaginaria che reale. Ma questa virtuale, be’… neanche assomiglia all’unghia di una realtà. Ci circonda di “simulacri di oggetti”, “copie di cose di cui si è perso l’originale”, come le definiva Francesca Rigotti in un suo saggio, ma se lo confondiamo con la realtà, allora non è un nuovo orizzonte, bensì una magra consolazione, un supplizio di Tantalo, grazie a cui cui ci si contatta a distanze fisicamente siderali ma non si tocca veramente il cuore di nulla, proprio perché si ha potenzialmente a disposizione tutto.
E’ fraudolento celebrare la rivoluzione tacendo che siamo soggetti ancora alle regole del mondo fisico, nasciamo, cresciamo e muoriamo secondo leggi che non abbiamo ancora scoperto del tutto. Ma soprattutto è fraduolento tacere che, nello scambio della piazza fisica con la piazza virtuale, abbiamo perso non solo il contatto faccia a faccia, ma anche la riservatezza delle nostre conversazioni e dei nostri dati personali, come ben spiega Franz in un illuminante articolo.
In Matrix si descriveva un mondo dove le macchine spremono energie dagli esseri umani illudendoli di vivere una vita immaginaria. Imperfettamente profetici, gli autori non potevano immaginare un particolare: la volontaria consegna delle nostre vite.

