Da un post di Leggere tra le righe riprendo la domanda: “Cosa resta della nostra osservazione? E cosa della nostra esperienza” ora che, a differenza “dei nostri nonni” non diamo più spiegazione alle cose ma ce le facciamo “spiegare dagli altri”? Una risposta sembra arrivare da un articolo di Catherine Bellwald su Uno due tre:
da quando esiste l’ “evidence based” ovvero la medicina “basata sulle prove scientifiche”, l’esperienza di un medico è diventa quasi una vergogna, una cosa obsoleta, esiste solo la “medicina delle evidenze”. Peccato solo che tale “medicina”, un giorno dice una cosa e quello seguente il contrario esatto.
Che si parli di metodo scientifico o di opinione pubblica, mi sembra che si sia colta una particolare nota dominante dei nostri tempi.
Abbiamo pomposamente autobattezzato la nostra era “dell’informazione” ed è quasi un obbligo non solo essere informati su tutto, ma anche avere un’opinione su tutto. Il problema, appunto, è che abbiamo rinunciato all’osservazione personale. Il perché delle cose ce lo spiegano gli altri. Non siamo molto diversi dai cammellieri di Kabul, che “ascoltano la radio e sanno che tempo fa” (vecchia canzone dei CCCP).
Perciò, è legittimo preoccuparsi per le possibili limitazioni di espressione in rete, ma il timore per la propria libertà dovrebbe riguardare in primo luogo il dentro. Da quale fonte attingiamo le informazioni, se siano pilotate con precisi intenti, poco cambia nella sostanza. Il vero problema non sono le informazioni che ci inculcano, ma la nostra atrofizzata capacità di valutarle e di essere noi stessi fonti primarie di informazioni.
E qui mi sovviene un ricordo. Qualcosa che si ricollega agli antenati di cui si parlava all’inizio di questo post. Negli anni ‘30 del secolo scorso, il neuropsicologo Alexander Lurija fece alcune interessanti indagini presso i contadini analfabeti dell’Ucraina, a cui sottopose, tra le altre cose, questo test:
All’estremo nord, dove c’è la neve, tutti gli orsi sono bianchi. La Terranova sta all’estremo nord e lì c’è sempre la neve. Di che colore sono gli orsi?
Tutti noi sapremmo rispondere: gli orsi in Terranova sono bianchi! Giusto? E invece… invece per gli intervistati non era così ovvio. La risposta più frequente era del tipo: «Non so, io ho visto un orso nero, altri non ne ho visti… ogni località ha i suoi animali».
Insomma, i contadini analfabeti non sapevano (o non volevano?) trarre conclusioni dalle sole parole. Cioè si rifiutavano di “passare” l’informazione senza verificarla con l’osservazione pratica. Ora, la domanda sorge proverbialmente spontanea: chi è il fesso?


[...] riferimento da un bell’articolo di Francesco su Farsi leggere – che ci cita – e prendo a prestito anch’io la canzone dei CCCP, con i [...]