Se prima o poi smetteremo di respirare sarà anche grazie al “pulitissimo” web, che non sputa fumo come un diesel ma contribuisce altrettanto ad arrostire il nostro pianeta. Perché l’immane quantità di fuffa che riempie la rete e ci irretisce ha la sua controparte in consumi stratosferici di energia elettrica, non solo del nostro computer, ma soprattutto dei server che mette in moto ogni volta che navighiamo (navighiamo, navighiamo, consumiamo come una flotta aerospaziale ma non ci muoviamo dalla sedia).
Questo articolo spiega come una innocente ricerca su google consumi quanto una lampadina da 20 watt accesa per un’ora, e come una persona “virtuale” su Second Life consumi energia come un abitante del brasile. Quest’altro ci fa invece sapere che il 2% delle emissioni di anidride carbonica provengono dall’utilizzo di computer e soprattutto dalla rete. Una produzione pari a quella dell’aviazione civile, in salita a picco.
A leggere questi dati, il web 2.0 e le sue applicazioni “social”, non sembrano più affari tanto puliti. Tutto appariva così leggero, immateriale, ma ci siamo lasciati ingannare dalla parolina-pillola che ci hanno somministrato ossessivamente: virtuale. Di virtuale, in questo caso, c’è solo l’invisibilità della controparte fisica, l’immanifesta curva a gomito nella traiettoria del boomerang.
E le vecchie, preistoriche email? Mesi fa avevo già parlato della pessima abitudine di inviare e inoltrare indiscriminatamente. Ora, dati alla mano, quell’ quell’ingorgo non sembra più soltanto informativo, la metafora appare meno metaforica. In un’azienda di 4000 dipendenti vengono inviati cinque milioni di messaggi di posta elettronica ogni settimana, al netto dello spam. L’Università Statale di Milano fa sapere con orgoglio che l’Ateneo conta più di 100000 caselle di posta elettronica, che nel 2007 hanno ricevuto 193.500.000 email e ne hanno inviate 9.200.000. Qual è il costo in ossigeno di questa pantagruelica friggitoria informativa?
Dati che fanno tremare le ginocchia, e il sorriso di soddisfazione degli “esperti” di comunicazioni, per i quali è sommo bene comunicare sempre e comunque, sembra sempre più ghigno satanico. Auspico una norimberga della comunicazione, il reato di apologia dell’invio e sono disposto a sedermi sul banco degli imputati. Ma poi, scusate, che cavolo abbiamo da dirci di così importante?
PS: lo so, scrivo e intanto consumo, ho un contatto skype e sono su Facebook. Ci siamo dentro fino al collo tutti. Ma anche Platone aveva messo in guardia dalla scrittura, e lo fece scrivendo. E’ contestato da 2400 anni, ma aveva perfettamente ragione.

