Scrittura professionale, web writing, comunicazione

Come ho scritto altrove citando Burroughs, il linguaggio è un virus. Una varietà particolarmente velenosa è il linguaggio burocratico: lo si contrae da una bolletta, da un modulo prestampato, da una parola scambiata con un pubblico funzionario, un bigliettaio. Carta, sillabe infette.

Da allora in poi, ogni volta che la comunicazione fa un passo oltre l’informale, ecco che la nostra lingua si ricopre delle tipiche e paludose chiazze. E non siamo più noi a parlare, ma lui. E siamo anche noi untori-portatori più o meno sani.

Alcuni sintomi scelti a caso. Potete rendervi conto che siete stati infettati se:

  • parlate come telegrammi (”Prego Vs. risposta”);
  • smarrite i soggetti adulti e consenzienti (”si comunica che”, “si ritiene di fare cosa gradita”, “è stato deciso”);
  • soffrite di amnesia per i nomi più comuni (”prego lasciare libero il passaggio pedonale” recitava un cartello sul cancelletto di un condominio);
  • usate parole che mai e poi mai sussurrereste nell’orecchio del vostro amante (atto a, ubicato, fruire).

Il sintomo più insidioso è però la mania della giustificazione prima di tutto: mettere-le-mani-avanti, d’altra parte, è il secondo nome del virus, una vera arte. Ecco un esempio, che non è un editto ma un semplice avviso alla clientela appiccicato alla cassa del bar di una stazione:

A parte i refusi, quel “causa problematiche” (ah, quando esistevano solo problemi!) introduce una lunga spiegazione che interessa ben poco, in confronto alla disposizione di mostrare il tesserino GTT (non chiedetemi cosa sia, ma proprio per questo nominatelo subito così io scappo).

La formula motivazione-disposizione è tipica del linguaggio legislativo: la introdusse l’amministrazione napoleonica per limitare l’arbitrio dei giudici (lo spiega Tommaso Raso nel suo libro). Il linguaggio burocratico l’ha vampirizzata, scolpendola nel DNA degli ignari parlanti. E noi giù a scusarci, anche quando di fronte abbiamo qualcuno che deve prendere un treno e vorrebbe sapere cosa deve fare, visto  che il proclama in questione chiama a raccolta tutti i clienti (bugiardo: lo si capisce appunto alla quinta riga, che devono leggere solo i possessori del tesserino).

Attenti, quando cominciate a giustificarsi prima di tutto, fate suonare un campanellino. Ricordatevi che è già un’implicita ammissione di colpevolezza. “Scusarsi è peggio della colpa commessa”, diceva un proverbio sufi. Causa problematiche sorte con le giustificazioni, possiamo di che sono parole davvero sante.

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