In una notte senza luna un derviscio, passando vicino a un pozzo prosciugato, sentì un
grido: una voce cavernosa chiedeva aiuto. “Chi c’è laggiù?”, chiese il derviscio, sporgendosi.
“Sono un grammatico e, poiché non conosco la strada, sono caduto inavvertitamente in questo profondo pozzo dove mi trovo ora, praticamente immobilizzato”, rispose la voce.
“Tieniti, amico, vado a prendere una scala e corda”, disse il derviscio.
“Un momento, prego”, rispose il grammatico. “La tua sintassi e la tua pronuncia sono difettose; ti prego di correggerle”.
“Se questo è così importante per tè, più importante dell’essenziale”, gridò il derviscio, “allora è meglio che tu rimanga lì dove sei finché io non imparo a parlare correttamente”.
E proseguì per la sua strada.
]alaludin Rumi (da Sufi.it)
Forse questa parabola era più adatta ai miei Anni di apprendistato e di sicuro ha significati ben più profondi, però… spesso, quando parlo con una persona che sa che lavoro faccio, viene colta dai dubbi più tremendi, nel timore di fare brutta figura… i congiuntivi, i tempi verbali… oddio il pronome sarà corretto… come se, di fronte a un dentista, ci sentissimo un po’ in colpa di non esserci spazzolati i denti abbastanza.
Posto che a chiunque, parlando, capita di essere più trascurato (non siamo mica libri stampati!), mi viene da pensare: ma lo scopo di Farsi Leggere è un altro. Le parole sono attrezzi: una scala, una corda, un cacciavite, un temperino… possiamo emendarle, correggerle, affilarle perché svolgano al meglio il loro lavoro. Che siano belle, formalmente corrette e magari anche eleganti è soltanto una conseguenza.
grido: una voce cavernosa chiedeva aiuto. “Chi c’è laggiù?”, chiese il derviscio, sporgendosi.

La implicita citazione Wittgensteiniana mi ha strappato un sorriso in tarda serata del quale ti ringrazio.
E’ anche vero, però, che vi é un limite a ciò che possiamo chiamare ‘trascuratezza’ (che, spesso, é solo di chi trascurato non é). Oltre questo limen vi é solo sintassi confusa, enciclopedia minima e, di conseguenza, relazioni cognitive alquanto ‘trascurate’
ps. i dervisci però amavano cavillare alquanto sulla ontologia dei serahpim e degli attributi divini. E non solo. E quando non riuscivano ad aver ragione dell’avversario col cavillare bene passavano velocemente alle vie di fatto (cfr Al-Hallaj).
Diciamo che non sono proprio i più adatti a ‘bacchettare’ i grammatici.
Caro Semioticmonkey,
il problema non è la forma di superficie, ma il pensiero che lo muove. Se le idee sono chiare, le parole procedono di conseguenza.
PS: il Sufismo è talmente vasto, antico (ben più dell’Islam stesso) e in sconosciuto che non mi azzardo a dare giudizi, per quanto le enciclopedie siano piene di informazioni più o meno attendibili.
@Francesco: seguendo la tua argomentazione abbiamo però un problema:
come conti di avere idee chiare e distinte senza una pulizia linguistica, una askesis del linguaggio sul linguaggio? Come conti di avere idee chiare e distinte senza una qualche forma di espressione distinta dalla forma del contenuto?
Per quanto riguarda i Sufi, abbiamo certo altre e più approfondite fonti per documentarci che le enciclopedie. Di accreditato abbiamo che il buon Al-Hallaj é stato crocifisso da altri sufi e che le diatribe sugli attributi Divini sono stati un motivo incessante di scontri verbali e non (giustamente, aggiungo, dato che la considerazione degli attributi di Dio é uno dei capisaldi di qualsiasi Teosofia, sia pure essa ‘mistica’).
Non vi é alcunché di strano in queste diatribe a meno di non ‘idealizzare’ le correnti di pensiero (e di pratica ascetica).
my 2cents.
Idee confuse portano a parole confuse. Se ho una brutta cera di solito è perché sono malato dentro, raramente il contrario. Questo non vuol dire che non dobbiamo curare il nosro aspetto esteriore!
Sui Sufi se vuoi possiamo continuare la discussione in privato (la storia è spesso contraddittoria, ma a quanto mi risulta Al-Hallaj fu condannato da una sentenza del Califfo, su istigazione dei dottori della legge islamici, che non sono i sufi).
Ciao!
Prendendo atto che hai del linguaggio una concezione molto distante da quella che gli studi degli ultimi 200 anni (a anche di più, se prendiamo in carico la Stoà), non proseguo oltre perché non ho desiderio di diatribe inutili
Al-Hallaj nel 286 abbandonò la veste dei sufi per mescolarsi al popolo e predicare la vita spirituale….I Sufi mantengono il loro riserbo ritenendo che commetta una impudenza divulgando pubblicamente i segreti divini..Al-Hallaj ha commesso la colpa di rompere pubblicamente la <> (giudizio condiviso dagli Sciiti e dagli esoteristi in generale). Solo dopo si metteranno in moto i giuristi ed i politici advocando una prima fatwa. Dopo 8 anni e sette mesi di prigionia si avrà la seconda e definitiva fatwa sotto il visir Hamid con conseguente messa a morte.
fonte, Henry Corbin, Storia della Filosofia Islamica, Adelphi Edizioni, 1991
Vi sono sufi e sufi. Differenziare sempre per evitare di cadere nella ‘notte in cui tutte le vacche sono nere’ (cit. Hegel, Fenomenologia dello spirito, La Nuova Italia).
Un saluto a te. E chiedo venia al nostro padrone di casa che si deve sopportare minuzie digitali.
errata corrige: dopo ‘pubblicamente’ il buon WP ha soppresso un passo prendendo per apertura/chiusura tag i doppi less/more.
il passo completo é
‘ha commesso la colpa di rompere pubblicamente la disciplina dell’arcano’.
Non vorrei che fossimo finiti come il grammatico caduto nel pozzo… lungi da me idealizzare qualsiasi categoria. Il racconto di Rumi (derviscio che non si professava musulmano né ebreo né cristiano) mi serviva solo di spunto. Che importa se alcuni sufi (o presunti tali, visto che chi lo è in genere nega) sono stati dei cattivoni?
Questo blog ha lo scopo di dare qualche idea a chi si mette a scrivere. Le questioni epistemologiche o esoteriche qui servono a poco. Quando sei in necessità non importa che la vacca sia nera, pezzata o bianca. Serve solo che ti tiri fuori dal fosso, con tutto il rispetto per Hegel.
[...] un anno fa, pubblicavo la storia del grammatico caduto in un pozzo che questionava sui difetti di pronuncia del derviscio accorso a salvarlo. Qualcuno storse il naso, [...]